Mentre l’opera si avvicina, lentamente, al finale una domanda mi continua a tormentare: è ancora quel One Piece?
I bei vecchi tempi
Avete preso i forconi? Bene. Nel mio blog e sui miei social non ho mai parlato di One Piece proprio perché, per il fenomeno globale che è diventato, anche una sola parola può creare dissapori e aizzare i lettori incalliti dell’opera di Eiichiro Oda.
Lo ero anche io una volta. Un lettore incallito di One Piece, intendo. Lo ero qualche anno fa ma, attenzione, lettore incallito non vuol dire fan boy.
Non nascondiamoci: ognuno di noi si è avvicinato a Rufy e alla ciurma in periodi storici diversi. C’è chi si avvicinato fin dalle prime uscite in Italia e chi, come me, si è avvicinato quando uscivano gli episodi dell’anime su Italia 1, circa nel 2010.
Per un’opera così lunga e stratificata – se vivete nelle caverne One Piece è in corso con 113 volumi in Italia – l’ingresso nella grande era dei pirati è avvenuto in saghe diverse.
C’è chi ha scoperto questo mondo con Alabasta, chi con la tanto bistrattata Skypiea o chi si è trovato nel bel mezzo del Buster Call a Enies Lobby.
Erano tempi diversi, ormai lontanissimi e, conseguentemente, era un One Piece diverso.

Il manga più chiacchierato al mondo
So di non essere l’unico che – magari nel periodo scolastico – provava a leggere e raccontare ai propri amici di queste incredibili storie che venivano dall’oriente, il più delle volte con risposte che dimostravano un palese non interesse e, anzi, un vero e proprio disprezzo.
Le cose sono radicalmente cambiate. Non so dire, in realtà, se questo è un bene o male. I manga – con conseguenti trasposizioni animate – e più nello specifico One Piece sono in una bolla che, seppur in lieve calo, sembra aver travolto anche i più diffidenti e casualoni.
Molti dei miei compagni che un tempo guardavano con occhi sospetti i tankobon ora sono i primi che mi cercano per parlare della nuova trasformazione di Rufy o di come, secondo loro, si evolverà la storia.
Ma come si è arrivati a vedere le bandiere dei Pirati di Cappelli di Paglia nelle proteste di tutto il mondo e nei posti più assurdi?
La rivincita dei Nerd (anche se per me rivincita non è) parte forse dal 2020 e dalla pandemia da COVID19. Con tutto il mondo rinchiuso in casa tra i propri pensieri e ricordi, gli hobby e le passioni sopite sono tornate protagoniste nella vita della gente comune.
A questo va aggiunta l’esplosione delle piattaforme streaming che portano tantissimi contenuti anime insieme all’uso massiccio e sproposito di social e, per buona pace di chi non lo accetta, l’avvento di nuove generazioni con nuovi interessi.
Una generazione tradita e non a suo agio in un mondo fortemente in declino che si rifugia in eroi ed eroine di mondi lontani e fantastici.
Tutto questo polpettone e preambolo – scusatemi – per dire che se c’è un manga che aveva già una base di fan bella solida e temeraria e che ha giovato delle nuove mode, non può che essere One Piece.
Non è solo un manga
Pubblicato per la prima volta nel 1997, One Piece racconta la storia di Monkey D. Rufy (o Luffy, come preferite) e della sua ciurma.
I Pirati di Cappello di Paglia inseguono prepotentemente un sogno e seguono soprattutto il loro capitano alla ricerca del leggendario tesoro: il One Piece.
Col passare del tempo, e questo è un merito che va dato ad Eiichiro Oda, l’opera ha saputo trattare tantissimi temi, spesso intercettando la realtà e riuscendo ad insegnare a grande e piccoli (parliamo di uno shonen, quindi di un manga per ragazzi) il valore della libertà, della giustizia, dell’amicizia e delle conseguenze che le scelte producono.
Insomma, una macchina che col successo – in buona parte meritato – si è evoluta da semplicemente manga e anime a un vero e proprio brand, forse uno dei più famosi al mondo.
Film, collaborazioni con stilisti, carte collezionabili (!!!!), serie TV live action e tanto altro che hanno reso l’opera una creatura viva che forse ha reso l’autore schiavo di essa e dei suoi personaggi.

Le due facce di One Piece
One Piece si divide in due parti: pre Time-Skip e post Time-Skip.
Quelli della mia generazione e quelli ancor più vecchiotti (scusate!) si sono innamorati sicuramente dei Mugiwara pre Time-Skip.
Ma che One Piece era? Sicuramente un One Piece – e un autore – che ancora non sapevano cosa sarebbero diventati e che vivevano una specie di adolescenza scanzonata.
Venivano introdotti personaggi, la ciurma cresceva pian piano e c’erano misteri (la maggior parte dei quali presenti tutt’ora) che rendevano quell’Era dei Pirati affascinante e interessante.
Non possiamo nasconderci: One Piece ci ha fatto sognare e chiunque di noi ha sognato almeno una volta di mollare tutto e partire su una nave alla ricerca di compagni e nuove avventure.
Il sapore di libertà che si sentiva in ogni vignetta e in ogni pagina era qualcosa che difficilmente si trovava in altre opere (seppur con alcune idee prese da altri manga) e ogni membro della ciurma, così come i vari comprimari e nemici era facilmente riconoscibile ed era facile empatizzare con loro.
C’era chi si rivedeva in Sanji, chi in Zoro e così via; addirittura c’era chi si rivedeva nei cattivi. Ognuno di loro con motivazioni e background solidi che facevano davvero riflettere su ciò che è giusto o sbagliato, importanti quasi quanto i protagonisti.
Alabasta, Skypiea, Water Seven, la Flotta dei Sette, i leggendari Ammiragli della Marina, i Quattro Imperatori, i Frutti del Diavolo… il One Piece!
Potrei impiegare interi paragrafi ad elencarvi cosa era One Piece. Poi? Poi siamo stati traditi.
Il tradimento di Eiichiro Oda
Dopo l’allenamento dei due anni si inizia con l’Isola degli Uomini Pesce. Siamo ancora lontani dai tempi moderni ma i primi scricchiolii si iniziavano ad intravedere.
Scricchiolii che sono diventati solchi a Dressrosa, dove è diventato chiaro che Eiichiro Oda è diventato schiavo della sua opera, introducendo tutto ciò che gli passava per la testa dimenticandosi il filo logico e cercando in ogni modo possibile di sfogare la sua voglia di espandere One Piece fino all’inverosimile.
Se all’aggiunta di decine e decine di personaggi dimenticabili cambia in peggio anche lo stile di disegno e di composizione della tavola, la frittata è fatta.
Per far stare nelle tavole tutti questi personaggi – che, ovviamente, bloccano la crescita e l’utilità di alcuni dei protagonisti -, Oda ha dovuto soffocare sempre di più i disegni rendendoli incomprensibili e pieni zeppi di testo.
Perché tutto questo testo? Semplice, perché quando hai decine di misteri irrisolti e centinaia di personaggi che si muovono in un mondo sempre più vasto devi cercare di spiegare tutto annullando i dialoghi e creando veri e propri spiegoni che, non si sa bene come, i fan più incalliti di One Piece apprezzano.
Si può fare peggio di così? Sì, arriviamo a Wano con uno dei cambiamenti più brutti e senza senso della storia. Nemici troppo potenti? Battaglia stile Royal Rumble dove non si capisce LETTERALMENTE NULLA e innumerevoli capitoli inutili sulla storia di un’isola?
E che problema c’è, mettiamo in mezzo le divinità. Oh, no. E invece sì. E, come sempre, il fandom – anzi il mondo intero – si è spaccato in due.

Dei e padroni del mondo
Con la conclusione di Wano non si è andati migliorando, anzi. Attualmente il manga si svolge sulla leggendaria isola di Elbaf, attesa da anni e anni dai fan.
Anche qui, però, la caduta è sempre più evidente: fratelli gemelli di personaggi importanti, Dei e Semi Dei che si presentano con poteri assurdi e inconcepibili che vanificano tutto ciò che ci era stato raccontato in trent’anni (non due eh, trenta) di pubblicazione.
Flashback su flashback, spiegoni su spiegioni mentre i disegni diventano sempre più confusionari e caotici e i personaggi irriconoscibili nel loro modo di fare e nella loro utilità.
Ma One Piece non era un manga sui pirati? Certo, dei pirati particolari con poteri bizzarri e simpatici e misteri incredbili, ma pur sempre pirati.
La mania e forse il troppo amore di Eiichiro Oda verso la sua creatura l’hanno portato a sbatterci contro e a naufragare in acqua da cui è difficile uscire.
Intanto, mentre molti fan (come me) si lamentano, i fedelissimi continuano a difendere l’opera con i denti serrati. Chi ha ragione? La risposta definitiva non c’è ma, almeno per me, è diventato difficile sognare con la ciurma con cui sono cresciuto.
Questo fa male, così come fa male annoiarsi e perdersi negli ultimi capitoli usciti e così come fa male scrivere questo articolo.
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